Di vino e di carne, di violenza e silenzi.

Il suo sangue aveva il sapore della Perdizione.
E mi ha inebriata come il profumo dei Nove Fiori.
Ma da quel sangue io ho preteso una promessa in disaccordo con le note ferrose e dolcissime che gli sono proprie:
non più amante ma padre.
Solo padre. Amorevole, dolcissimo padre.
Io veglierò su di lei. 
Finché lei non saprà scindere ciò che è bene e ciò che è male.

Tutto per la fragilità di un abbraccio.

“Siamo orfani ora, io te e la strada.
S
e non si divide il buio, si tradira’ sempre la luce.
Io te e la strada.
Se non si divide il buio, si tradira’ sempre la luce.
E nuda è la strada e i binari e le insegne,
il mondo ora è nudo,
se non lo copre il tuo amore.
Siamo orfani ora,
siamo orfani ora,
io te e la strada.
Ti prego chiamami tesoro adesso,
mentre piove e l’aria è fredda,
e sono giorni che cammino senza meta
portandoti nel cuore.”

//off: testo tratto da “Orfani” di Vinicio Capossela.

(Source: meeohchan)

(Reblogged from 34percentalcohol)

“Tieniti il segreto che ti tiene lì, che ci tiene lì.”

La figlia adottiva di Pavel ha appena lasciato casa mia a bordo di una carrozza, con un bagaglio di nozioni, un abito di taffetà viola preso dal mio armadio ed un libro di Jules Verne: “Il giro del mondo in ottanta giorni”, affinché il suo nobile cuore abituato alle carovane ed alle notti di stelle possa continuare a vagare in cieli sconosciuti.

Belle è bella, bellissima.
Delicata come un bocciolo, intatta, priva di spine. Una pallida rosa nel cui cuore nobile è dolce immergersi e dimenticare, nel cui animo puro è bello specchiarsi e pensare che è ancora possibile la redenzione, il Paradiso, l’Eden dai mille frutti e colori.
Ah, fragile visione! Se è stata deturpata da mani indegne, non ho potuto vederlo. Pavel sussurrava disperatamente e col fiato corto sul mio ventre nudo e caldo mentre mi implorava di vegliarla, di tentare di capire se qualcuno l’avesse oltraggiata, di farle capire che cosa significa Amore, quali sono le sue forme.
Io, mutevole essenza che brinda ad ognuna di esse, persino la più spregevole, inneggiandola ad idilliaca sentenza…!
Ma ho acconsentito, con il respiro rotto e le sue labbra calde sulla mia pelle. Ho caro Pavel, infinitamente. Sono sempre stati sentimenti ben dissimili dall’amore di una donna per un uomo a spingermi tra le sue braccia, eppure è il mio compagno prediletto, il solo che resta, il solo per cui io resto, ancora gettata in un porto sicuro, ebrezza di mare mista a sapori di terra, crocevia d’emozioni in cui è caro languire.


La sera della Pasqua Ortodossa, alla cerimonia per il battesimo di Belle, l’ho visto estremamente teso. Come la mia dolcissima protetta, d’altro canto. Ma ho visto anche gli occhi del Capitano Bunin guardarmi come una belva assetata di sangue, desiderare spogliarmi d’ogni lembo di stoffa ed orpello, d’ogni sorriso sardonico. Ed allora ho pensato, vedendolo stringere la mano di Belle, che non ha che qualche anno meno di me, ed è bella. Infinitamente bella. E deve averlo pensato anche Pavel. 


Io non ho avuto un padre a reggermi in braccio il giorno del battesimo. Di mio padre ho ricordato l’odio profondo a ribollire come pece nei suoi occhi scuri e folli, l’ho ricordato durante quella cerimonia terribile, l’ho ricordato funesto e terribile nello sguardo perso di Belle, nell’innocenza bambina che ho perso bagnando di sangue la gola di mia madre, il giorno in cui venni alla luce. 

Mentre spogliavo Belle dei suoi vestiti perché indossasse il suo nuovo, splendido abito, il mio sguardo ha indugiato a lungo sulla sua carne candida, candida più della mia. Sfiorandole la pelle mentre le allacciavo i lacci del corpetto ho immaginato di essere l’uomo che in lei ha banchettato, ed ho provato invidia per lui. Allora, per un istante, avrei voluto avere grandi mani, mani da soldato, stringerla forte, fare l’amore come farebbe un uomo, ma con la tenerezza che solo una donna può possedere. Ma mi aveva appena abbracciata, festante e piena di riconoscenza, come si abbraccia una madre.
Oh, zio non è buono come mio padre. Mio padre è molto più dolce. Quando mi abbraccia, o quando mi accarezza.”
Come si abbraccia una madre. Come si abbraccia una figlia, come si accarezza una figlia?
Ha davvero scoperto il segreto del suo seno? Pallida rosa. La custodirei sotto una campana di vetro, al sicuro da ogni cosa. 
Ha davvero colto tra le labbra il segreto del suo ventre? Pallida rosa. Non sarebbe splendida, coi petali screziati di impetuoso cremisi?

La rivedo stringersi addosso il vestito viola, regalo del mio Demone, rivedo Pavel stringersi al mio corpo e chiedersi se è davvero un buon padre, rivedo me stessa sfiorarle i capelli in una carezza, porle un bocciolo di rosa tra le ciocche, esitare e sospirare.

Temo il segreto che ci tiene qui.

Era che così 
non ne nasce una sposa 
ma rimane l’odore 
di un banchetto di vino e carne 
di violenza e silenzi 
Era che così 
nel petrolio più nero 
mi veniva di invitarvi 
ad un banchetto di vino e carne 
di violenza e silenzi ”

Mi abbracciava come si abbraccia una madre.



// off: testo in neretto tratto da “Era che così”, Ettore Giuradei.




 

Mentre Pavel era in prigione non ho vegliato che sul Cirque.
Sul Cirque, e poco su me stessa. 
Forse scioccamente, ancora temo di vedere i Suoi occhi scrutarmi dall’oscurità che avvolge la Salle nelle ore più buie. Trascinarmi a fondo. Privarmi del respiro.
A Pavel ho spedito laudano, ed una lettera consegnata dalle mani di Michail. 
Ho ragione di pensare che il rapporto tra loro sia andato al di là dei capricci e dei giochi che il mio Faust è solito intrattenere con giovani uomini.

Eammon mi ha chiesto se lo seguirò. Se scapperò.
Quando ci verranno a prendere, naturalmente.
Mio Fratello è convinto che questo accadrà, e non di certo per le esibizioni di Belle.
Non ho saputo rispondergli.


Ma ho saputo dargli un giorno ed un’ora, un perché. Una motivazione per essere ancora Noi. Beltane è passato senza che intrecciassimo insieme i nastri attorno al palo, le mani ai capelli, la bocca sulla pelle. 

Ogni anno, la notte del primo di maggio. Per essere Re e Regina. 
Ogni anno, la notte del primo di maggio. Come una maledizione.


Perdonami, Mathilde.

 

Atto I

Avete mai avuto una visione? Un miraggio, un’intuizione. Un sogno che pare camminare a piedi nudi su suolo mortale, che si finge realtà per poi svanire, lasciandoti pervaso da una febbre incurabile. Incurabile, si, perché irreale.
Iphigenie è la mia visione. Intuito, sogno, chimera, fata Morgana.
Bianca come un cigno, la osservo camminare e la vedo scivolare silenziosa sull’acqua, il lungo collo arcuato, le piume candide arruffate con orgoglio. L’avvolgono le nebbie, riecheggia tra le sue parole il canto delle sirene. Chi è? Cosa custodisce? E’ forse lei Viviana, la fata del lago?  A quale storia appartiene? In quale leggenda trova riparo, la notte, quando il sogno si mischia al reale, le illusioni divengono concretezze che sfuggono alle prime luci dell’alba?
I nostri incontri son fatti di piccoli gesti, mormorii grevi, sagaci intuizioni, sornione certezze non dichiarate.
La Hall dell’hotel du Chevalier Noir era vuota, ad eccezione di noi due. La pioggia batteva incessante oltre le buie vetrate, il lampo illuminava occhi di ghiaccio e il boato seguiva lasciando tremare i vetri. Ed il mio cuore. A François era stato promesso un bacio dietro le quinte. Io ero François. Ma il mio bacio l’ho avuto sul palcoscenico. Un teatro fatto d’una stanza, del profumo dei fiori che le ho portato, della mia caviglia nivea impunemente scoperta su cui le sue mani si sono posate, del divanetto freddo, del suo ancheggiare leggero. Il teatro della vita, quello su cui entrambe siamo attrici. Le migliori. S’apre il sipario nel momento esatto in cui i nostri sguardi s’incrociano. Se qualcuno ci dovesse osservare, lo so, assisterebbe ad un fenomeno strano: le calde acque salmastre del sud, che si scontrano contro quelle fredde e scure del mare del nord. La prima parola vibra nell’aria come una lama di vento. E’ nell’accento della prima vocale, nel modo in cui le labbra si schiudono e la lingua batte sul palato. E’ da lì, che si narra già l’intera vicenda. Il pubblico ricorda la prima e l’ultima nota. E questa mia ultima è stata ella stessa un principio.
Somigliate allo stretto di Danimarca, m’moisél.. a momenti un sicuro passaggio verso un continente ospitale…..in altri un mare pronto a insidiare.. Mi piacerebbe sapere quando navigarvi.”
La reginetta del teatro di Montreal. La porterei nel palmo della mano, per lasciarle godere gli applausi delle folle più entusiaste di Parigi. Ne ho il potere? Forse si. Forse vorrò spianarle la strada, stenderle uno scarlatto tappeto di fronte ai piedi, vederla vibrare mentre accoglie lo scrosciare del battito di mani, vedere il suo petto gonfiarsi d’orgoglio, vanesia creatura, e nell’ombra godere di quella visione, immaginare di poterne accingere io sola, a luci spente, quando ogni avventore è già rientrato a casa e nel teatro è calato il silenzio. Osservarla da lontano, come un geloso innamorato.
“Donatemi una conclusione che mi costringa a sottomettermi alla musa ch’è in voi…”
E così è stato.
“….un bacio. Mai nessun bacio sarà così fatale.”
E così è stato.

“Sua maestà cerca quiete tra i guanciali di seta…

 …ma il riposo dei giusti è dominio di un regno chiamato coscienza”

Mi ha scritto Viviane, ed io avrei voluto morire.
Eppure era lei, un tempo, che avrebbe gioito nel morire per me.
Ma è questo, il mio modo di prendermi cura delle persone. Perverso, passionale, incostante. Egoistico.
Lo stesso con cui ora mi prendo cura della mia piccola Baba Yaga.
Vorrei, davvero, non avere le mani sporche di sangue quando le tocco.
Ma, cielo, sono così belle, così imperfette, mie dolci bambole di porcellana dimenticate da Dio.
Le amo. Ma con l’amore che si prova verso un cucciolo d’animale. L’amore che possiede il re verso i propri sudditi. L’amore che si ritrae, vigliacco, qualora insorga la ribellione.
Tuttavia, leggendo queste righe, mi rendo conto che forse avrei dovuto smettere di guardare oltre i suoi occhi pieni di nulla tentando di leggerle l’anima, e stringerle più forte le piccole mani sporche di polvere e d’inchiostro. Vedere la persona, la vita, e non il sogno.

Ma, cielo, sei così bella, mia piccola Ophelia.

Post scrittum: Eammon mi ha chiesto di vederci, una sera al Bistrot Latin, per una semplice cena. Una semplice cena. Cielo, mi sembra soltanto ieri quando i nostri cartigli erano poesie, quando le nostre ore erano quelle della Luna, quando i nostri voti erano quelli degli Dei, peccaminosi e ancestrali, innocenti e nostalgici della mortalità. Ma Eammon Walsh è ora un uomo sposato. Un uomo dignitoso, con una moglie meravigliosa. Mathilde Walsh. Suona tremendamente bene. Di che cosa si parla con un dignitoso uomo sposato? Che cosa si dice, ad un fratello innamorato? Come può proteggere la sua felicità, una sorella, se ha lo sguardo del mare in cui lui ha amato tanto abbandonarsi? Mentre mi addormento, accarezzo piano la nostra cicatrice.

Egreville, 22 marzo 1880

Che giorni piacevoli, affacciati su queste prime, timide albe primaverili. Il nascere del sole che inonda di una soffusa luce dorata pare suggerire anche in me una rinascita, un nuovo inizio, un novello sbocciare. Fuggire dalle luci dei riflettori di Parigi per immergermi in quest’atmosfera bucolica mi ha dato modo di pensare a lungo, affacciata alla finestra della piccola pensione in cui alloggio, cullata solamente dal silenzio e dalla quiete amorevole della sera.
Mi sono chiesta, sfiorando con lo sguardo la campagna dormiente, che cosa davvero si annidi nel profondo del mio cuore. Quali sentimenti, quali domande, quali risposte. Quali demoni. Quanto di me è corrotto, e quanto è ancora illibato. Mi è tornato alla mente l’odio di mio padre, il volto di una madre che non ho mai visto, l’amore di una famiglia di cui non ho mai potuto godere. Mi ha svezzata il mondo, e le mie labbra bambine hanno potuto suggere soltanto veleno, mai candido latte. Ed allora come fare, dove andare, per capire chi essere? La gente mi chiama con mille nomi diversi, come un Demone che si vuole esorcizzare, e quasi nessuno conosce l’intima verità di Maria. Le maschere mi tengono in vita, mi proteggono, mi sono essenziali. Ad alcune di esse mi sono affezionata tanto da finire col provare un insano piacere nell’esserne la portatrice. Il mio cuore è talmente sfaccettato, come un prezioso cristallo straziato da innumerevoli crepe, che talvolta fatico a trovare un equilibrio entro il quale permanere, un filo saldo, seppur sottile, su cui camminare.
Il viaggio in treno è stato piacevole, per quanto sia stata assalita dall’ansia per aver costretto Ambrosio a salire su questo enorme congegno di ferro e fuoco. Ma la mia preoccupazione è stata ben lenita dalla presenza di Michail, con me. Nemmeno immaginavo che conoscesse mio Fratello. Così come, d’altronde, non immaginavo che sarebbe divenuto, per me, una così preziosa risorsa. Ho imparato, col tempo, a lasciarmi cullare dall’eco delle sue parole, dalla carezza sempre dignitosa delle sue dita che mi sfiorano con rispetto, così come il suo animo nobile vuole. Ho imparato, col tempo, ad ascoltare il suono dei suoi silenzi, e seppure ancora non gli racconto l’universo che si cela dietro ai miei, mi ritrovo a dover ammettere che mi sarebbe difficile separarmi da lui, ora. No, non nutro per questo giovane russo l’amore privo di confini e assennatezza che mi legava a Mitja, ma piuttosto un docile affetto, pronto a scaturire in profonda passione ogni qual volta la sua bocca si schiude in una parola e la mia la ricambia in un bacio.
Mentirei se dicessi che non penso più al mio Demone Bambino. Egli è qui, a vegliare su di me, come un’ombra. Dormo sola e mi sveglio di soprassalto, temendo di vedere i suoi occhi di ghiaccio fissarmi nel buio, tentare di estirparmi i sogni dalla mente per raccontarmi i suoi.
Ma ho Michail, ho Pavel che, ora più che mai, mi è caro. Pavel che carezza il lobo del mi orecchio dove un tempo era la ramata spirale e che ora è spoglio, e mi vezzeggia donandomi un paio di orecchini a sostituire quel vuoto. Ho il Cirque. Che se ho iniziato a far parte di quest’organizzazione perché me lo chiese Lui, adesso che lui non è più sostanza ma spirito, voglio essere forma e concretezza laddove lui non lo è stato. Affiancare Pavel negli spettacoli e nella parte più oscura e peccaminosa del traffico che gestiamo. Ho visto il suo tatuaggio, me ne ha raccontata la storia. Mi ha chiesto di continuare ad essere fuoco per quelle candide mura, per lui. Ed io davvero mai lo lascerei, nobile amico, per quanto corrotto. E non è per i sempre accesi amplessi, per le ore passate languidamente tra i baci e l’oppio, nostro personale oblio. E’ per un vago ma presente senso di appartenenza.
Lo stesso che, incredibilmente, ho provato qui ad Egreville, mentre preparavo Ambrosio per svolgere il suo compito qui: trainare il carro degli sposi.
E’ stato un gesto quasi sacrale, sedere su quel carretto e accompagnarli lungo il tragitto. L’ho inteso come un segno, una rivelazione. Mi sono sentita partecipe della loro felicità, e di quella felicità voglio continuare ad essere partecipe. E voglio preservarla. In silenzio, ho rinnovato il mio giuramento. Ad Eammon, il cui capo s’è poggiato, alla fine della cerimonia, sulla mia spalla dove ha versato lacrime senza nome. A Mathilde.
Non ho mai avuto una sorella, né un’amica. Non so che cosa significhi. Ma se dovessi spiegarlo a qualcuno, risponderei con un nome: Mathilde. Il giorno prima delle nozze mi si è presentata sul suddetto carretto, alla guida del ronzino di famiglia, D’Artagnan. Felice come quel giorno, con così tanta, estrema e meravigliosa semplicità, non lo sono stata mai. Ci siamo addentrate insieme nella campagna a cavallo, abbiamo corso, abbiamo riso, ci siamo infilate nel recinto delle pecore dal vello gonfio e morbido e abbiamo giocato, come bambine, a dar loro un nome (memorabile quella a cui abbiamo affibbiato il nome della prozia Odille) ci siamo tuffate nell’acqua fresca del laghetto. Ed allora è stato un poco come tornare bambina. Quante volte, fuggendo da sola tra i campi ho desiderato avere una compagna di giochi, qualcuno con cui condividere un segreto minuscolo di bambina, cosa da niente, emozione enorme.
E l’ho trovata. Cielo, a ventidue anni, ma l’ho trovata. E non posso ferirla, per la poca umanità che ancora possiedo. Non una chimera con lei, non un demone, non una fiera. Ed ora ho paura persino a toccarlo, Eammon, Fratello mio. La mia mano trema, perché trema il mio cuore.

Diario di una Fine.

11 marzo 1880

ore 06.00 - casa Bolkonsky
- “Vecchie abitudini, nuove forme”

M’hanno svegliata i raggi crudeli del sole, le voci della gente per la via, il profumo del pane - fragranze e frammenti di realtà. 
E pensare ch’ero ancora cullata dall’eco delle parole di un Michail dagli occhi grandi di poeta e le mani leggere d’amante. 
La pelle macchiata da una visione lontana, un sogno perfetto a cui credere, un oceano in cui affondare.
Affondare, si, abbandonarsi al richiamo furioso delle onde, del mare - della carne. 
E Pavel. C’era Pavel con noi. Pavel con le sue mani veloci, la sua bocca avida di baci, Pavel che sa cosa fare, come fare, quando farlo.
E’ stato un incontro fortuito, laggiù in Boulevard Saint Michel, un tavolo qualunque, una bottiglia di cognac di troppo, un saluto veloce ad un dottore di cui appena ricordo il nome e poi via, su per le scale dell’appartamento di Michail, fingendo di non avvertire l’urgenza di arrivare, di toccarsi, di trovare l’ennesimo sogno per cui valga la pena rimanere svegli. 
Per un istante, mentre le loro bocche si dissetavano l’una dall’altra e le mie mani scorrevano tra quei corpi di uomini, una nostalgia crudele ha preteso il mio sangue.
Ho ricordato i nostri giochi, le nostre scene, le nostre notti infinite. Ho toccato la cicatrice che solca il petto del Faust e, voltandomi, non ne ho colto la gemella sul petto glabro di Michail. 
Per un attimo, mi sono sentita smarrita. Occhi di ghiaccio, si, ma nessuna cicatrice sul cuore a sancire un demoniaco patto. Parole di sogno, si, ma nessun vaneggio sospirato dall’Inferno. Non era Mitja, non era una delle nostre notti, amico mio.
Era una notte nuova, un paradiso artificiale, un nome - Elena, un accordo che non ha bisogno di sangue per avere validità, un abbraccio che non ferisce, ma cura. 
Nuove forme, nuovi orizzonti, nuovi volti. 

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ore 14.00 - giardino - “Rivelazioni”

Sotto al gazebo, nel giardino che si risveglia al respiro assonnato di una primavera ancora da venire, tra il té ed i fiori di campo, una donna mi guardava con gli occhi colmi di lacrime più fieri ch’io abbia mai visto.
Il suo nome non è Eden Bridgeman Brown, ma bensì Eden Saint-Claire. 
E mentre lei mi parlava, io sapevo d’esserle affine, in qualche modo.
E mentre lei mi parlava, io guardavo le sue mani e sapevo che c’era il segno del suo anello immaginario, quello che non potrà mai avere stretto all’anulare, quello che non potrò mai avere stretto all’anulare.
Mentre lei taceva e reprimeva il pianto, io quasi nemmeno mi accorgevo di aver perso la mia battaglia, la più importante, la più tragica.
Quanto sangue versato su queste nostre mani bambine, quanti sacrifici di cuori, quanti bianchi sentimenti imbrattati da segni che non vanno più via.
Non può sposare il sogno di un amore, Eden Saint-Claire, ed io non posso fare altro che parlarle dei fiori, delle gialle primule che sfidano l’inverno, delle bianche margherite che trovano la via persino attraverso la fredda terra.
E, cielo, Lei porta il nome del giardino del paradiso. 
Io non possiedo giardini in cui coltivare un’illusione. Ho già la mia illusione di carne e sospiri. Ed ormai è così lontana che non so, ormai è così lontana che forse…
Ormai, ed un’alzata di spalle. E’ così, che si fugge.
Ma ora beviamo ancora una tazza di té, madame Bridgeman, e gonfiamo il petto d’orgoglio: voi per avere la forza di rincorrere il vostro sogno, io per trovare il coraggio di rifuggire al mio.
Quanto sangue versato per niente.

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ore 21.00 - Jardin du Luxemburg - “Promesse”

In pochi conoscono quel segreto bambino ch’è il passaggio segreto dei Jardin, quel piccolo cancello divorato dall’edera sempre aperto, incustodito. Certo, bisogna far attenzione ai gendarmi, ma una volta dentro, è sufficiente un poco di accortezza per farla franca.
Ho dato appuntamento lì, ad Eammon, senza sospettare minimamente che, al solo sfiorare con la punta delle dita il cancello, mi sarei ritrovata con la mente a ripercorrere crudelmente altre notti, altre fiabe in cui io e te, Amore mio, ce ne stavamo distesi tra l’erba macchiata di Luna a raccontarci le ore, ad inventarci le storie, a fare l’amore. I nostri pic-nic al chiaro di Luna, come bambini persi in una favola. Quei pochi, inestimabili attimi di dolcezza, in cui sorridevi non come un demonio, ma come un angelo.
Ma questa volta c’era mio Fratello, un regalo, un abbraccio che voleva di più, una promessa crudele.
Perdonami, amore mio, se mentre stringevo il suo corpo al mio nel dolore di un desiderio che non può più divenire concretezza, ho detto lui che ti avrei abbandonato. Perdonami, amore mio, se mentre stringevo tra gli occhi lacrime che non voglio più versare, ho promesso lui che, se un giorno la tua follia dovesse portarti a nuocere la mia carne, la lama dello stiletto che sempre porto con me avrebbe straziato la tua candida pelle del rosso impetuoso del tuo stesso sangue.
E a te, amato Fratello, il dono del mio distacco, per quanto doloroso. Un orologio a cui disegnare le ore, le stagioni, la vita. Per ritrovarci forse, un giorno, alla fine di tutto.

ore 24.00 - Salle du Temps - “Addio”

Non so per quanto tempo ho indugiato sull’orlo di quella botola da cui a volte ti ho visto emergere, più simile ormai ad un Fantasma che ad un essere umano. So solo che il mio cuore era tanto pesante che temevo di sprofondare tra quelle assi di legno, non più carne ma semplice ombra, e così raggiungerti.
Non so con quale forza ho scoperchiato il tuo nascondiglio, trattenendo il respiro. Se avessi visto i tuoi occhi, là sotto, qualsiasi forza e qualsiasi intento mi avrebbero abbandonata. 
Ho lasciato cadere nel buio che ti avvolge una lettera, un rosso amuleto, una ciocca dei miei capelli che tanto amavi vezzeggiare tra le tue dita, pettinare piano. 
Alla fine, sono fuggita. Oh, sono sempre stata così brava a fuggire da tutto, amore mio. 

“Ti ho amato con l’intensità con cui si ama la vita.
Ti ho odiato con l’intensità con cui si odia la morte.
Sei stato vita, sei stato morte.
Per ogni direzione ti ho seguito, portando il tuo vessillo con orgoglio.
Ma dove sei tu ora, amore mio, io non posso più seguirti.
Nel tuo limbo dorato non batte il sole, non sboccia la luna nelle notti, non scorre il sangue degli amanti.
Dove sei tu, amore mio, tra i tuoi incubi e gli eterni fuochi fatui, io non posso raggiungerti.
Conosco quel posto: l’osservo da sempre dietro i tuoi vitrei occhi di ghiaccio, un tempo capaci di farmi fremere al solo guardarmi, l’osservo e ti vedo, avvolto nel freddo consolatore della neve.
Avrei voluto essere il sangue in grado di donare colore a quell’immenso, spietato bianco.
Più nessuna struggente, eroica attesa per me, amor mio, più nessuna fantasia di sole e campi di grano, più nessun desiderio per volare.
Sopravvivrò a questa mancanza di ossigeno e piangerò ogni volta che cadrà la neve, col mio cuore a sussurrarmi che cade per me, cade perché sei tu a donarmela, da chissà quale cielo lontano in cui i tuoi occhi si sono specchiati.
Avrei voluto condividere con te l’eternità che bramavamo con l’intensità dei desideri più nascosti.
Ma dove sei tu ora, amore mio, il tempo scorre diversamente. Troppo affinché io possa continuare a camminare al tuo fianco. Dove sei tu ora, amore mio, io non esisto. Dove sei tu ora, amore mio, non esisti nemmeno tu.
Ed allora, mentre io continuo a vivere, tu muori lentamente, consumato dalla fantasia della tua stessa mente, troppo fragile per sopravvivere sotto i raggi impenitenti del sole.
Perdonami, amore mio, se non posso più appartenerti, ora che tu non appartieni nemmeno a te stesso.
Chissà, forse la Luna è venuta a reclamare il suo bambino, come nella canzoncina che amavi cantare. Una Luna buona, ma senza braccia per cullare il tuo sonno. Non so dove sei, non so se davvero esisti ancora, ma spero che lei vegli il tuo sonno.
La nostra fiaba bambina ha scritto la sua ultima pagina, e l’ha scritta col sangue.
Ma non potrei mai lasciarti andare Nikolaj, e tu lo sai, così come non potrò mai dimenticare.
Sei stato la mia maledizione, il mio grande ed eterno amore, ed ora io lo sarò per te.
Hai detto che quando morirò tu sarai insieme a me.
E’ l’unica promessa che ti chiedo di mantenere, e ad essa ti lego con questo medaglione scarlatto, che porta con sé una maledizione letale quanto quella del tuo amore. O, almeno, mi piace crederlo. Per sperare che quel giorno tu ci sarai. Perché se non siamo fatti per vivere, se il nostro cuore pulsa troppo velocemente, se siamo fatti per morire, allora muori con me. Perché dalla neve sono nata, la neve ho amato, ed in lei voglio morire.

L’unica cosa insopportabile, è che niente è insopportabile.”

Ho nascosto.

Ho nascosto tutti i nostri giorni sotto la Luna piena di una sola notte. 
Alta e splendente, ha illuminato i miei passi nel giardino buio, concedendomi la grazia di non capire se fossero lacrime o rugiada a bagnare i polpastrelli che sfioravano i tuoi ricordi in punta di dita.
Ho nascosto tutti i nostri sbagli e l’ho fatto compiendo il più grande di tutti. 
Ho nascosto il mio volto umido allo specchio, ho nascosto il segno di noi sotto l’inganno di un trucco, di una stoffa. 
Ti ricordi, quel giorno ad indovinare le nuvole? Sta tornando la Primavera in questo spoglio giardino, ma l’Inverno ci ha relegati nel suo regno di stasi, entrambi e per sempre.
Se davvero c’è stato un Tempo, ora non c’è più.
Se davvero ho creduto, ora non credo più.
E soffro, perché ora è morta la Poesia. La tua. 
Dimmi, dimmi perché non corri più tra i boschi coi lupi, perché non è più il sole ad est, perché non salpa più la tua nave verso Oriente.
E dimmi, dimmi perché e con chi io potrò indovinare ancora il respiro di un fiore che sboccia.
Può un gabbiano rinunciare all’onda sul mare? Può un’aquila rinunciare al cielo? Può un cervo - re - chiudere gli occhi al primo vento di maggio?
Ho nascosto il mio pianto feroce e bambino, ho nascosto il mio pianto feroce di donna.
E mentre le mie mani scavano nella terra scura e le mie lacrime bagnano questa buca sterile io giuro, davvero giuro, chiedo solo la tua felicità, nulla più.
Ho nascosto ogni sogno infranto, persino quelli che di sognare non mi son permessa mai. Ho nascosto tutto qui, Fratello mio, tra queste quattro assi di legno in una notte di luna piena. La forcina di donna del tuo passato, questo tuo diario che ora mi doni sancendo la fine, il medaglione con la spirale del mare, ogni mia piccola paura. E’ tutto qui, custodito nel ventre della Terra in cui ci siamo amati. E’ tutto qui, ai piedi di questo albero, tra le radici che siamo stati e che saremo. 
Mi piace immaginare che un giorno molto lontano in silenzio ti porterò qui, e ridendo ti chiederò “Ricordi?” Ed allora scaveremo insieme, in preda ad un’eccitazione bambina, e piangeremo e rideremo ritrovando ogni ricordo, e ci stringeremo la mano forte, perché ormai tutto sarà passato.

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Nuove rotte.

• Télégramme •

La prima volta non mi conoscevate ma mi siete venuta a prendere alla stazione •
Non mi aspetto farete la stessa cosa ora che mi conoscete •
Risiedo sempre all’Hotel du Cheval Noir •
Con stima • 
Iphigenie Bouin dit Dufresne •

 

[La lettera viene fatta consegnare all’indirizzo dell’hotel ormai ben noto. Carta avorio, inchiostro scarlatto e calligrafia elegante e ricca di orpelli. Sebbene non vi sia apposta firma alcuna, non sarà difficile capire l’identità del mittente]

Quale rotta segue il vostro veliero, mademoiselle? Allora fu l’ultimo vento caldo a soffiare nelle vostre vele. Ora v’accompagna una brezza che promette sole.

Non mancherò di farvi visita, sebbene penso che ormai i vostri bagagli siano già ben stipati. O, se preferite, verso sera passeggio spesso sul Pont Neuf, in solitudine: indovino correnti.